Videoclip firmato Roger Ballen

Alto, scheletrico, silenzioso, diretto nello sguardo e tremendamente e piacevolmente inquietante. Roger Ballen si aggirava quest’estate per i giardini dell’Angkor Photo Festival, a piedi nudi. Ho sempre avuto un’attrazione per le fotografie di Roger Ballen. Soprattutto per il suo mondo bizzarro e i suoi personaggi, figli a modo loro anche delle bizzarrie incontrate, raccolte e amate da Diane Arbus. Parlare con lui qualche minuto non mi ha permesso di poter scoprire qualcosa di più su di lui, che già le sue opere non facciano, ovviamente.

Il gruppo hip hop Die Antwoord, sudafricano come Ballen, è invece riuscito ad entrare nell’atemporale angosciante mondo in bianco e nero del fotografo nel loro nuovo videoclip “I Fink U Freeky“.
C’era un solo modo che ciò potesse accadere, ed è ciò che è accaduto: è Roger Ballen il regista del video.

“I Fink U Freeky” video by Die Antwoord. Directed by Roger Ballen

Oscar 2012: red carpet per l’Afghanistan di Danfung Dennis

L’anno scorso davo notizia, con gioia, della nomination agli Oscar di Restrepo di Tim Hetherington*, ucciso in Libia soltanto qualche mese dopo. Hetherington è un esempio per numerosi fotoreporter, anche dal punto di vista strettamente professionale. Hetherington, mantenendo la propria forte natura documentaristica sempre alla ricerca di verità (mai una sola e parziale), è riuscito abilmente ad utilizzare diversi mezzi di comunicazione, compreso il cinema e il documentario. Il suo lavoro lo ha portato anche agli Oscar.

Quest’anno un altro fotografo avrà l’onore di calpestare da protagonista il tappeto rosso di Hollywood. Danfung Dennis è stato nominato agli Oscar 2012 nella sezione “documentary” con il film Hell and Back Again. Dennis, tra gli altri, dovrà vedersela con l’acclamato Pina di Wim Wenders.

Come Restrepo l’anno scorso, anche Hell and Back Again parte dall’Afghanistan, l’inferno, ma poi c’è anche il ritorno in patria, spesso un nuovo inferno. La storia è quella di un ragazzo di 25 anni, Nathan Harris, sergente dei marines, e di sua moglie Ashley. Dov’è l’inferno? Laggiù o dentro il sergente tornato a casa?

Il film è per intero anche su YouTube, qui il trailer:

Firecracker e le donne

Lanciato nel 2011, Firecracker è una piattaforma online che promuove il lavoro delle fotografe europee. L’idea è di Fiona Rogers, coordinatrice degli eventi educativi e culturali di Magnum Photos a Londra. La stessa Rogers racconta che l’idea di Firecracker è nata da un’esigenza di sostenere l’alta qualità fotografica prodotta da molte donne in un mercato, inutile negarlo, dominato dagli uomini.

Le fotografe presenti in Firecarcker, così come le prossime che vedremo online di mese in mese, sono selezionate e invitate da Rogers. Chloe Dewe Mathews, Anastasia Taylor-Lind, Liz Hingley, Leonie Hampton e Jane Hilton sono solo alcune delle fotografe. Brave e già giustamente affermate.

Fiona Rogers ha annunciato che quest’anno verrà promosso un premio fotografico con lo scopo di sostenere il progetto fotografico di una fotografa europea. Tra i giurati, già confermati, Francesca Sears dell’agenzia Panos Pictures e Diane Smyth, deputy editor del British Journal of Photography.

Per chi fosse, inoltre, interessato al sostegno del progetto, c’è la possibilità di acquistare, attraverso Blurb, il Firecracker 2012 Diary.

STORY#09 – Aerotropolis | Giulio Di Sturco

Giulio Di Sturco nasce a Roccasecca, in provincia di Frosinone. Suo padre ha un negozio di fotografia in paese e immagino non sia facile lavorare negli ultimi anni con nessuno più che sviluppa e stampa dai negativi le foto delle vacanze o dei matrimoni. Giulio sceglie di fare, in un modo o nell’altro, la stessa professione del padre.

Studia fotografia a Roma per poi trasferirsi in Canada. Dopo alcuni anni torna in Italia, anche se spesso lavora in India dove passa la maggiorparte del suo tempo. In pochi anni, vince un World Press Photo, un Sony World Photography Award, PX3 International Award e altri prestigiosi premi. Può vantare inoltre ottimi clienti internazionali ed è sicuramente uno dei giovani fotografi italiani più promettenti. Non lo dico per l’amicizia che a lui mi lega, ma perché le sua capacità e la sua alta professionalità sono sotto gli occhi di tutti, profani della fotografia inclusi.

Grazie a lui e alle sue fotografie, ho conosciuto straordinarie donne liberiane e prostitute nepalesi. Ho visto la distruzione in Giappone dopo il terremoto, come mi sono perso nei backstage delle sfilate di Mumbai. E poi il viaggio più emozionante: il Gange raccontato nel suo progetto, non concluso, The Great Mother.

Qualche giorno fa, Giulio ha messo online sul suo sito la prima parte di un nuovo grande progetto, Aerotropolis, con il quale cambia linguaggio e approccio al proprio lavoro di fotografo. Già per fare questo, oggi, serve coraggio. Di Sturco infatti ha lavorato molto sul suo modo di vedere ed è stato anche questo a farlo apprezzare da molti, ora la sua riconoscibilità cambia strada, affrontando per lui un nuovo tipo di fotografia, oltre che un nuovo soggetto.

Il soggetto, infatti. Niente guerre, niente povertà, niente sfruttamenti, niente distruzioni. Niente di tutto ciò. Almeno apparentemente. Il viaggio comincia scendendo da un aereo.

Cos’è Aerotropolis?

Il termine Aerotropolis è stato coniato da John Kasarda, un pluripremiato accademico americano internazionalmente riconosciuto che ha basato la sua carriera intorno a questo concetto. La logica del suo ragionamento è semplice e coerente: così come le ferrovie nel XIX secolo e le autostrade nel XX secolo hanno plasmato lo sviluppo urbano e la dislocazione delle aree di produzione economica nelle città, così gli aeroporti nel XXI secolo rappresentano la principale leva dello sviluppo economico locale e il piu importante elemento di raccordo nel processo di produzione globale. L’Aerotropolis identifica una nuova piattaforma urbana, in cui gli aeroporti rappresentano il nucleo centrale intorno ai quali si sviluppa il resto della città, mettendo in comunicazione il mercato globale con i suoi attori. Una volta assodato che le città del futuro cresceranno intorno agli aeroporti, Kasarda cerca con i suoi studi di definire un modello sinergico di sviluppo urbano per esse, in cui oltre all’efficienza economica si tiene conto anche dell’estetica e della sostenibilità sociale e ambientale.

In che modo è nata l’idea di questo tuo nuovo progetto?

Nell’aprile del 2011, mentre ero a Bangkok, sono stato contattato dal Financial Times Magazine perchè avevano bisogno che fotografassi per loro John Kasarda, appunto. A quel tempo non avevo la minima idea di chi fosse. Durante e dopo lo shooting ho avuto modo di parlare con lui e di conoscere i suoi studi, la sua idea di città e il suo ultimo libro, che stava per essere pubblicato, Aerotropolis. The way we’ll live next. Da lì sono partite le ricerche e la strutturazione del progetto in diversi capitoli. La prima città che ho deciso di fotografare è stata New Songdo in Corea del Sud.

New Songdo, South Korea, 2011 - from "Aerotropolis" ©Giulio Di Sturco

L’interesse per questo progetto nasce dal fascino per la dinamica degli opposti che affiora quando si visitano queste new cities. Che gli aeroporti siano oggi al centro dell’attività economica e dello sviluppo urbano è un dato innegabile. L’aeroporto è il simbolo della globalizzazione mondiale: ogni giorno migliaia di persone viaggiano da un capo all’altro del mondo, tonnellate di merci vengono trasportate in tempi record creando sistemi di interscambio sempre piu veloci, efficienti e connesi. Quando però sono arrivato a New Songdo, quello che percepivo, camminando per le strade della città, era un profondo senso di solitudine e asfissia. La vicinanza geografica e le maggiori opportunità di comunicazione offerte dall’evoluzione tecnologica si traducevano in un’incolmabile distanza e sorda incomunicabilità tra l’uomo e il suo ambiente, tra l’uomo e gli altri uomini. Ogni spazio era studiato e organizzatoo secondo criteri lineari, razionali, ma la sensazione finale era di disagio e distacco: la città più che sembrare un luogo costruito dall’uomo per l’uomo era un contenitore asettico, gelido, preconfezionato dove l’umanità che la vive abdica alla propria creatività in nome dell’efficienza. Non c’è spazio per il caos, l’imprevisto, l’irregolarità: tutto è sottomesso a un disegno quasi “sovrumano”che finisce per annichilire l’uomo. Da qui l’inquietudine che traspare dalle mie foto.

Oltre al soggetto, come dicevamo poco prima, la tua fotografia è diversa rispetto a tutta la tua produzione precedente. Sicuramente è una scelta voluta e consapevole, a cosa è dovuta?

Lo stile che ho scelto è completamente diverso da quelli precedenti e sotto molti punti di vista estremamente nuovo per me. Quando ho iniziato a lavorare per questo progetto, già in fase di ricerca, sapevo che avevo bisogno di percorrere nuove strade: volevo un linguaggio più pulito che si allontanasse dalle atmosfere di reportage classico. Volevo una fotografia più semplice, diretta, pulita e il soggetto dell’Aerotropolis mi ha permesso di andare in questa direzione. Quando sono arrivato a New Songdo ho cominciato a scattare in 6×6, poi mi sono reso conto che il formato quadrato non funzionava per me, così ho comprato sul posto una Mamiya 7, e quando ho preso la macchina in mano e ho cominciato a scattare ho capito subito che quel formato ( 6×7 ) era quello che cercavo.

Nella prima parte del progetto, c’è un gran senso di solitudine dove invece si crederebbe di vedere solo un’enorme moltitudine di persone, scollegate tra loro e unite solo nel comune stato di essere momentaneamente di passaggio in un non luogo. Hai sfiducia nell’uomo?

Di questi tempi sarebbe troppo facile rispondere sì, ho sfiducia nell’uomo. Diciamo che credo in alcuni uomini e meno in altri. Credo negli incontri genuini e autentici che non smettono mai di sorprenderti, nell’intelligenza ed etica delle persone capaci di costruire e vivere l’esistenza che sognano nel rispetto degli altri e dell’ambiente in cui vivono. E credo ancora al concetto di comunità, di un gruppo di persone che per il bene comune riesce a rinunciare al proprio interesse personale. Di esempi positivi ce ne sono molti anche se non siamo abituati ad averli sotto gli occhi e sappiamo che è difficile riprodurli su grande scala. E soprattutto credo nell’ingegno e nella flessibilità dell’uomo e nella capacità di trovare delle soluzione innovative in periodi di crisi come quello che stiamo attraversando, dove tutto sembra perduto e senza piu speranze.

Qual è la tua città ideale? Se non esiste, come la immagini?

Purtroppo non conosco tutte le città del mondo per poter scegliere una città ideale. Ci sono molte città che mi attirano per motivi diversi, ma in fondo credo che nessuna sia ideale: ognuna ha i suoi limiti e le sue controversie. Quello che cerco e che mi affascina è lo spirito di una città. Bangkok, dove attualmente risiedo ha un’anima che sento molto vicina. Camminando per le strade, osservando i suoi abitanti, parlando con loro, si percepisce questa forte energia che la città racchiude e alimenta allo stesso tempo. È un luogo in movimento, in trasformazione dove le persone credono nel futuro e nella possibilità d’impegnarsi per migliorare le proprie condizioni di vita. C’è un’ intraprendenza che nasce dalla fiducia di poter realizzare ciò che si desidera, quella fiducia che in Italia abbiamo perso da un po’!

Come si lavorava al National Geographic 20 anni fa

Lungi da me sentimenti di nostalgia, ma questo video stimola ad innalzare sempre di più i propri standard di qualità professionale, che ogni tanto sembrano oggi scomparsi.
Il video mostra il dietro le quinte della lavorazione al servizio di copertina “The Sense of Sight“, per un numero della versione americana del National Geographic. Era il 1992.

Appropriazioni contese

Cosa fareste se una vostra fotografia, postata su Flickr, venisse usata da un noto marchio per farne uso commerciale, senza esserne avvisati? E se fosse utilizzata da un artista che ne ricaverebbe una propria opera per gallerie e collezionisti? E cosa succederebbe se Google chiedesse un risarcimento a tutti gli artisti che scaricano e usano le immagini di Google Images?

Richard Prince è un artista americano che fin dagli inizi usa materiale altrui come base grezza delle proprie opere. E’ diventato famoso (e ricco) quando una sua opera, Untitled (Cowboy), venne battuta all’asta da Christie’s per $ 1 milione nel 2005. Untitled è un’elaborazione della celebre foto del cowboy utilizzata per anni dalla Marlboro.
Prince, come Sherrie Levine o Barbara Kruger, è brutalmente catalogato nell’appropriation art, ovvero l’arte che utilizza per intero o parzialmente opere (spesso fotografie) di altri, artisti o meno. Niente di nuovo, anzi. Pensiamo alle zuppe Campbell di Andy Warhol, o ancora più indietro con Pablo Picasso e George Braque e poi il maestro dell’appropriation art, Marcel Duchamp.
Richard Prince è diventato un celebre artista anche grazie alle sue “rifotografie”. Facile immaginarne il senso. Nel dicembre 2008 Prince e la sua galleria, nientepopodimeno che la Gagosian Gallery, sono stati citati in giudizio da un fotografo francese, Patrick Cariou. L’accusa: l’artista americano ha usato 35 fotografie di Cariou senza averne chiesto l’autorizzazione.

Richard Prince's "Inquisition," which uses the Rastafarian pictures taken by the French photographer Patrick Cariou. ©NYT

Come ampiamente riporta il New York Times, Prince e Gagosian si sono difesi appellandosi al “fair use“, il quale negli Stati Uniti prevede e concede l’utilizzo pubblico di materiale coperto da copyright come materiale grezzo senza richiesta di autorizzazione alcuna, a condizione che l’uso finale soddisfi le finalità di promozione e progresso della cultura collettiva e della società.
Ma questa volta Prince ha perso e un giudice ha dato ragione Cariou: l’uso delle immagini non ha apportato nessun valore aggiunto alle fotografie originali e non c’è nessun beneficio collettivo. Prince è ricorso in appello, trovando dalla sua parte istituzioni come il Metropolitan Museum. Non mancano ovviamente opinioni diametralmente opposte.

Il “fair use” non è in vigore in Italia e un Prince nostrano avrebbe dovuto prestare molta più attenzione all’uso di foto non sue. Sappiamo bene che non sempre è così, anzi l’uso delle foto altrui senza autorizzazione è visto come cosa lecita. In alcuni casi, si pensa addirittura di fare un favore.
Il caso Prince è interessante e da seguire con attenzione. Parallelamente a questo caso, si aprono tante discussioni. Uno di questi è culturale e negli ultimi anni si registrano passi decisamente in avanti, anche se c’è ancora molto da fare: capire e far capire che non tutto ciò che è sul web è gratis e, inoltre, che chiedere prima di usare cose non tue è una cortesia che fin da bambini si impara.

Best Cover Magazine 2011 – coverjunkie poll

coverjunkie è uno dei miei blog preferiti. Leggo di grafica ed editoria. Jaap Biemans, graphic designer olandese, è un ragazzo simpatico. Jaap fa bene il suo lavoro e il suo blog è intelligente anche perché nasce da un’idea semplice: mostrare le migliori copertine di riviste da tutto il mondo. Lui che di copertine prova a campare.
Fondato nel novembre 2010, coverjunkie ha accumulato numeri notevoli e rispettabili visitatori e followers. Da qualche mese è anche su carta: il collezionista di copertina di magazine, ha creato un magazine di copertine. A volte le idee bizzarre possono portare imprevedibili risultati.

A proposito di risultati, arrivo al punto centrale di questo primo (poco utile ma “carino”) post dell’anno. Il mese scorso circa Jaap aveva lanciato un sondaggio su coverjunkie: vota la copertina migliore. Oggi ha pubblicato la classifica.

Sono contento che al secondo posto ci sia Internazionale, staccando di due posizioni l’ottimo New York Times Magazine.

The winner is…

The infidelity Economy - Bloomberg Businessweek / Design Director: Richard Turley.

Il controverso caso Lacoste al Museo Elysée: censura?

Fino alla settimana scorsa l’artista Larissa Sansour era tra gli 8 finalisti del Lacoste Elysée Prize, l’annuale premio da € 25.000 nato per promuovere i giovani talenti della fotografia internazionale dal Museo Elysée di Losanna* e sponsorizzato dal marchio francese della moda Lacoste.

Sansour era stata scelta per il suo progetto Nation Estate, work in progress di 8/10 fotografie (o composizioni fotografiche) e un video sci-fi con cui immagina un museo in cui racchiudere la Palestina.

from Nation Estate, 2011-2012 ©Larissa Sansour

Qualche giorno fa, invece, il direttore del Museo Elysée le telefona annunciandole che era stata scartata dalla selezione finale del premio. La motivazione ufficiale è che il progetto di Sansour non era coerente al tema dell’edizione 2011: la gioia di vivere. Incredulità, sconcerto e comprensibile nervosismo avranno preso la fotografa-artista. Come mai era stata inizialmente scelta e approvata, sia da museo che sponsor? Cosa ha fatto loro cambiare? O chi?
Secondo Sansour la motivazione è puramente politica: le sue opere non avranno fatto piacere a qualche alto dirigente della Lacoste che avrebbe potuto ritenere Nation Estate se non “anti-israeliano” almeno “troppo pro-palestinese”.
Inizialmente l’Elysée aveva chiesto a Sansour di “armonizzare” insieme la comunicazione ufficiale dell’esclusione dal premio, offerta subito non accettata. Così come non è stata, per ora, accettata l’opportunità di esporre le stesse fotografie escluse in un mostra personale da allestire presso lo stesso museo di Losanna.

Dopo che Sansour ha pubblicato sul proprio sito la notizia della sua estromissione dal concorso per cause politiche (troppo pro-palestinese), Lacoste e il Museo Elysée hanno rilasciato un comunicato stampa congiunto in cui negavano assolutamente implicazioni politiche e ribadendo il fatto che la decisione fu presa perché il progetto della fotografa era fuori tema.

Le ore passano e del caso ne parlano blogger, autorevoli riviste di settore fino alla stampa come Washington Post, The Guardian, El Mundo. Si inizia a parlare di boicottaggi e da più voci si chiede al marchio del lusso delucidazioni sul caso. Le accuse di censura sono pesanti. Lacoste non ci sta e si smarca. Sostenendo di non voler macchiare il brand con invettive a loro avviso false, Lacoste decide di ritirarsi da sponsor del premio. Dal canto suo, il Museo Elysée prende posizione e, appoggiando la qualità del progetto di Larissa Sansour e rinnovandole la proposta di una mostra personale, annuncia che il Lacoste Elysée Prize è annullato, ovviamente.

E’ censura o no?
Cosa è successo nell’arco di una settimana in cui un progetto da scelto, selezionato e accettato da sponsor e museo passa all’esclusione? Non possibile che la stessa commissione di ammissione al premio cambi idea in una settimana, è dunque plausibile che ci sia stata un’interferenza forte. A questo punto si possono (devono, forse) aspettare due differenti comunicati, del museo e dello sponsor, in cui spiegano le motivazioni del cambio di idea, più che del motivo stesso dell’esclusione.

NYT, WSJ e il Post. Stessa terribile scena da Kabul in prima pagina

Il 6 dicembre ricorreva l’Ashura, una delle feste sacre più importanti per gli sciiti di tutto il mondo. Una giornata purtroppo segnata da diversi attacchi terroristici contro gli stessi sciiti, presi di mira quasi contemporaneamente in città afgane e pakistane. A Kabul l’attacco più sanguinoso: oltre 63 morti e quasi 200 feriti.*

Il fotografo Ben Lowy aveva postato ieri su Twitter il seguente messaggio con un link ad una foto davvero terrificante e sconvolgente: “Horrific and powerful photo taken minutes after the suicide bomb in Kabul today, by AFP’s Massoud Hossaini. *graphic*
Aperto il link, non ho potuto far altro che rimanere impietrito. Diciamo la verità, non è la prima volta che vediamo immagini simili. Forse ne abbiamo viste di più terribili. Forse, e oramai ne siamo abituati e, come si dice da diversi anni, assuefatti.  Quello dell’assuefazione a truculente immagini provenienti da realtà apparentemente lontani dalla nostra quotidianità è un tema delicato. I punti di vista sono numerosi e vari e spesso già approfonditamente studiati, vedi Jean Baudrillard. Come lo può essere nel caso di questa fotografia o, per essere più corretti, serie fotografica.

Lo stesso Lowy, con il tag graphic, fa presente uno dei motivi per cui i nostri occhi pur ripugnando la scena e il dolore contenuto non possono non esimersi dal desiderio di assorbire tutti i dettagli della scena. La nostra vista ne è attratta anche (e forse soprattutto) per  la composizione drammatica e scenografica dell’immagine.
Ieri mattina milioni di persone hanno “dovuto” mettersi a confronto con la fotografia da Kabul di Hossaini. Infatti, era sulla prima pagina di alcuni dei maggiori e più diffusi quotidiani statunitensi: il New York Times, il Wall Street JournalWashington Post e il Los Angeles Times.

Stessa scena, ma diverse fotografie. Elizabeth Flock, sul suo blog del Post, ha cercato di capire il perché della scelta di queste immagini, intervistando direttamente i photo editor dei tre giornali. Comprendo benissimo, chi potrebbe leggervi tra le righe un quasi cannibalismo visivo a favore di una ricerca forsennata allo shock da incutere nei propri lettori. Di fondo è così, certo e magari si vende anche di più. Ma queste foto, come tante altre seppur spesso ignorate dopo solo qualche giorno o settimana, hanno un potere inimmaginabile. A volte anche politico e sociale.
Chissà se in questo caso lo potrà avere.

UPDATE #1:
- Intervista al fotografo Massoud Hossaini 

Genialità

Come ogni mattina, anche questa mattina visito i siti online di diverse testate giornalistiche, compresa Repubblica.it.
Qui, come altrove, è spesso divertente leggere: lapsus, strafalcioni, castronerie, bufale e drammatiche esagerazioni  esilaranti. Come quella che stamattina vedo in homepage.

Il titolo è una provocazione e non posso non aprire il link:

GB/LA FOTO – Londra, un bus e il Big Ben. Lo scatto di Luke è geniale

In verità sono due, questa è la prima: Continue reading

Are you in this picture? Yes, but please don’t tag me!

Autorevole, colta, intelligente e a volte sorprendente. Time è una delle più stimate riviste giornalistiche d’attualità e approfondimento in circolazione da quasi 90 anni. Americana ma con diffusione planetaria. Firme eccellenti indagano su storie e personaggi del nostro tempo. Le immagini poi sono – come è giusto che dovrebbe essere ovunque – parte fondamentale del linguaggio narrativo della rivista stessa. Che siano fotografie commissionate o d’archivio, il lavoro del dipartimento fotografico di Time è indubbiamente tra i più stimati all’interno dell’industria fotogiornalistica.

Come già detto l’anno scorso*, stiamo per subire involontariamente una mole (star)ordinaria di the best of 2011. Anche la rivista americana non può farne a meno, è ovvio. E’ un must dell’editoria d’attualità. Ma questa volta, Time ha deciso di coinvolgere anche l’ormai noiosa interazione con i social network, nel loro caso Facebook.
Infatti gli editor di LightBox (il più che interessante blog della rivista dedicato alla fotografia) hanno lanciato il progetto Are You In This Picture?.

L’idea è semplice. I photo editor di Time hanno selezionato alcune foto dei più noti eventi dell’anno in cui, spesso, la massa ha avuto un ruolo fondamentale. Attivamente o solo come presenza passiva. Le immagini vengono poi postate sulla loro pagina Facebook, dove chi era protagonista al tale evento può taggarsi e condividire la foto.

In realtà, anche se non c’ero, potrei taggare me stesso o chiunque altro in qualsiasi foto. E così sono stato a Tahrir Square al Cairo, al matrimonio reale di Kate e William, ho stupidamente festeggiato la morte di Bin Laden a Washington e adesso sono tra gli sgombrati del Zuccotti Park.

Non è questione di privacy. Assolutamente no. Ero presente ed era una manifestazione pubblica. Posso essere pubblicato, ma perché devo ostentare su Facebook la mia presenza ad un evento. Un’ostentazione fine a stessa, mi pare. Per un progetto editoriale fine a stesso.

Non tocco poi l’argomento sull’utilizzo delle immagini. Conoscendo la corretta politica aziendale di Time nell’utilizzo delle foto, sono sicuro che ci sono già stati preventivi accordi con gli autori delle stesse foto. Quindi non è questo il problema. Piuttosto il problema è che non hanno avuto nient’altro di meglio da inventarsi.
Time. Autorevole, colta, intelligente e a volte purtroppo sorprendente.

Supporta il progetto di Rorandelli sull’industria del tabacco!

La piattaforma internazionale di crowd-funding dedicata al visual journalism, Emphas.is, ha accettato la richiesta di Rocco Rorandelli.
Da oggi è possibile (e consigliabile) diventare supporter del progetto giornalistico che il fotografo italiano Rocco Rorandelli sta curando già da alcuni anni: Behind the Smokescreen, sull’industria del tabacco internazionale. Dopo Indonesia, India, Cina e Bulgaria, Rocco proseguirà la sua indagine negli Stati Uniti.

Personalmente trovo Behind the Smokescreen un grande progetto e sono fiero di essere uno dei piccoli finanziatori del progetto.
C’è tempo ancora qualche settimana per essere coinvolti.

Rocco è tra i fondatori del collettivo TerraProject. Oltre che da TP, il progetto è sostenuto anche dall’agenzia francese PictureTank.

Qui tutte le informazioni:
- supporta il progetto su Emphas.is
- Cos’è Emphas.is? (articolo 21.09.10)
- L’industria del tabacco di Rocco Rorandelli (in Stories, 27.01.11)

Il Re della Fotografia

Quando ero a Londra ho lavorato per un’agenzia inglese ed un giorno, uscendo da un modesto pub dopo un’orribile salsiccia con i colleghi, troviamo la strada chiusa e nessuno nei paraggi. In piedi su un vuoto marciapiedi vediamo arrivare lentamente il classico taxi nero. La macchina si avvicina a noi ed è facile vedere chi c’è dentro. Riconosciamo i colori pastello dell’abito, un cappello inusuale e un saluto dal solo polso mobile: Sua Altezza Reale Elisabetta II del Regno Unito. I colleghi che erano con me non l’avevano mai vista: “sei stato fortunato!”. Strana concezione della fortuna che hanno i britannici.

In questi giorni mi trovo a Bangkok. Oggi ho visitato l’Art Center a Siam. C’erano diverse mostre tra cui, all’ottavo piano, una collettiva/concorso di artisti tailandesi selezionati da una giuria affinché rendessero omaggio alla “felicità tailandese” sotto il regno di Bhumibol Adulyadej Ramadhibodi Chakrinarubodin Sayamindaradhraj Boromanatbophit, conosciuto semplicemente come Rama IX. Il vincitore del concorso sarà svelato il prossimo 5 dicembre, il giorno di compleanno del Re e festa nazionale. In quasi tutte le opere esposte il re era presente e spesso rappresentato come icona o immagine perennemente presente nella quotidianità dei tailandesi. Fin dalla seconda opera vista, una cosa mi ha esaltato e affascinato subito: Rama IX è un fotografo. Infatti, il monarca è molte volte raffigurato con una macchina fotografica al collo (spesso una Leica) oppure nel momento in cui fotografa. Al momento che tipo di fotografo sia non l’ho ancora capito e sarei curioso di saperlo.
Poi un’amica fotografa mi ha detto che l’artista dell’agenzia VU, Tiane Doan na Champassak, si è auto prodotto il libro The King of the Photography (2011) in cui raccoglie una collezione di immagini di Rama IX con una macchina fotografica. Qui vi posto il video del libro, ha una tiratura limitata. Please una copia deve essere mia.

Ma quanti fotografi ci sono in giro?

 

(Single) Women in Palestine – Intervista ad Antonio Faccilongo

Antonio Faccilongo ha ricevuto diversi riconoscimenti per il suo progetto (Single) Women, come ad esempio il primo premio nella categoria “storie” al Prix de la Photographie Paris 2011 e al Kuala Lumpur International Photo Awards. Faccilongo ha incontrato, nelle proprie abitazioni, alcune delle numerose donne palestinesi con mariti, figli e padri chiusi nelle carceri israeliane.
L’ho intervistato.

©Antonio Faccilongo

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Campagna acquisti

Ancora agenzie fotografiche. Tralasciando le colossali banche dati e i loro viavai di immagini e collaboratori, le più note agenzie fotografiche del mondo cercano, a volte, di includere nei rispettivi team i nomi brandizzati dell’immagine e/o del fotogiornalismo. Mi rendo conto che il termine “brandizzato”, oltre che inesistente e ridicolo, possa fare ribrezzo. Ma provo a spiegarmi, le agenzie indipendenti dovrebbero coltivare i propri talenti. La parte eccitante, tra l’altro, è anche scovarli, quelli giusti ovviamente; no-perdi-tempo. Oppure riuscire a portare nel proprio orto i migliori frutti già maturi e apprezzati, a volte fin già dal solo nome o marchio di fabbrica . Appunto brand.
Poi, ovvio, solo questo non basta. Come una squadra di calcio (di cui io non me ne intendo per niente), i migliori giocatori del mondo messi insieme alla rinfusa quasi mai formano la migliore squadra del mondo. L’offerta è varia, a volte rischiosa. Bisogna saper scegliere i migliori, come i migliori devono a loro volta saper scegliere e valutare l’offerta più vantaggiosa.

Gli ultimi “acquisti” tra le file dei fotografi presso alcune note agenzie:

Kate Peters, Paolo WoodsYann Gross (INSTITUTE For Artists Management)*
Giancarlo Ceraudo e Andrea Bruce (Noor Images)*
Davide Monteleone (VII Photo Agency)*
Ivor Prickett, Guy Martin, Chloe Dewe Mathews, Shiho Fukada, Kacper Kowalski and Mads Nissen (Panos Pictures)*
Chris Buck (August)*
Tim Hetherington Estate (Magnum Photos)*