Intervista a Philippe Brault

(Please visit the Comment area to read the interview in english)
Il web documentario Prison Valley sta riscontrando un notevole successo internazionale, sia di pubblico che di critica, testimoniato anche da riconoscimenti quali il France24-RFI Web Documentary Award ricevuto al festival di fotogiornalismo Visa Pour l’Image di Perpignan e il CrossMedia Prize del Bellaria Film Festival. Riconoscimenti, a parer mio, meritati e di buon auspicio per nuovi progetti.
Già in un post precedente presentavo Prison Valley, realizzato dal fotografo Philippe Brault e dal giornalista David Dufresne. Brevemente riassumo l’oggetto del web documentario: le carceri americane. Questa settimana Internazionale ha riportato in copertina il titolo “L’America dietro le sbarre” pubblicando un’inchiesta dell’Economist sul costoso ed inefficace sistema giudiziario statunitense che registra un americano ogni cento in carcere e spesso per reati minori. Prison Valley, invece, documenta (grazie a video, fotografie, interviste, dati e documenti ottimamente assemblati per una fruizione web interattiva da parte del lettore) un’area ben precisa, una valle nel Colorado e in particolare una cittadina di 36 mila anime, Canon City, in cui ci sono 13 carceri tra cui il “Supermax”, la nuova Alcatraz d’America.
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Ho contattato il fotografo Philippe Brault e gli ho fatto qualche domanda.
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Come è nato Prison Valley, dall’idea originale allo storyboard per poi passare alla sua realizzazione e promozione?

Fin dall’inizio le domande che ci facevamo io e David Dufresne erano: come possiamo raccontare una storia in un modo diverso sfruttando la tecnologia che c’è e con la consapevolezza che è arrivato il tempo di farlo? Come mantenere l’energia e il rigore del giornalismo e realizzare qualcosa di diverso, consapevoli del fatto che non ci siano alternative nell’odierna crisi del giornalismo? Questo progetto è il risultato di un lavoro di squadra. Tutto ebbe inizio nel dicembre 2008, in un cafè di Parigi, con una prima idea di realizzare un semplice slideshow aggiungendovi del sonoro. Precedentemente al primo viaggio (giugno 2009) abbiamo avuto lunghe e appassionate discussioni sul format interattivo da utilizzare con Alexandre Brachet, il nostro produttore, insieme ai development team della Upian e di Arte (ndr. produttori esecutori di Prison Valley). Siamo stati a Canon City, in Colorado, tra giugno e settembre 2009 e lanciato una versione pilota del sito a ottobre. Il documentario, nel suo formato tradizionale, è stato mostrato all’International Documentary Film Festival di Amsterdam e al Sheffield Festival in Gran Bretagna, a novembre. Qualche mese dopo, l’8 aprile 2010 a Parigi, abbiamo presentato la versione del web documentario alla stampa e il 21 aprile alle 19.17 Prison Valley era finalmente on line.
Come è stato il tuo approccio come fotografo? Ovvero, in che modo hai affrontato un racconto multimediale in base al tuo background da fotografo?

Solitamente un fotografo sceglie una posizione e una distanza ben precisa dal soggetto che ha davanti, e alla fine utilizza una sola foto. Per Prison Valley, ho dovuto smettere di pensare in termini di singole immagini e concentrarmi maggiormente sull’idea di sequenze fotografiche. Questo porta a fare un altissimo numero di foto da altrettante diverse angolature. Bisogna poi accettare il fatto che molte delle fotografie impiegate nel montaggio del film saranno “più deboli” di quelle che si sarebbero usate per un lavoro esclusivamente fotografico. Questo è stato per me un modo completamente nuovo di lavorare. Qualche volta bastava una singola fotografia per avere una visione d’insieme oppure per mostrare e raccontare qualcosa. Altre volte, invece, avevamo la necessità di usare solo immagini in movimento. Ma entrambe sono servite per l’efficacia della narrazione e per ottenere il giusto ritmo. E così è stato quando mi sono lanciato in questa nuova avventura multimediale. Mi è piaciuto molto aver cura dell’inquadratura e dell’esposizione della luce quando facevo le riprese video, così come quando fotografavo. Tutto ciò mi ha permesso di riutilizzare le conoscenze tecniche che avevo imparato vent’anni fa quando facevo l’assistente sui set di film e documentari. E’ stato come se tutte le diverse esperienze si fossero improvvisamente messe insieme. Come ti dicevo, questo progetto è il frutto del lavoro di squadra. Una sola persona non sarebbe in grado di realizzare una cosa simile. E’ indubbiamente una grande esperienza per un fotografo, solitamente abituato a lavorare da solo. Si sono aperte tante discussioni sulle nuove forme di narrazione, sulle opportunità aperte da internet, e così via, incluse le nuove prospettive anche per la fotografia. Ho capito ancora una volta che la fotografia mi ha portato a fare cose che mai avrei potuto immaginare di fare. Nel corso di vent’anni ho avuto la possibilità di conoscere a fondo incredibili luoghi e incontrare molte persone straordinarie.
Visita lo slideshow di Prison Valley su TIME Magazine
Cosa pensi della situazione attuale dei web documentari? E come vedi il loro futuro per un fotografo?

Secondo me, i web documentari sono il nuovo modo di raccontare una storia. C’è da dire che non tutte le storie possono essere raccontate con un web documentario. Qualche volta un semplice “slideshow con l’audio” può contenere molto forza narrativa. Non esiste un modello preciso e nemmeno etichette. Il web è un luogo di grande libertà. E questo lo rende così eccitante. Tuttavia, non penso che i web documentari, da soli, possano salvare una professione indebolita.
Attualmente stai lavorando a qualche nuovo web documentario, progetto multimediale o reportage fotografico?

Ancora no, ma sto davvero pensando alla prossima storia.
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Philippe Brault è nato a Brest nel 1965. Fotografo dagli anni 80, ha scoperto l’esigenza di testimoniare le violenze causate dalla guerra e subite dalle popolazioni durante la guerra civile in Libano. Ha documentato le dure condizioni di vita nelle baraccopoli del Cairo, le violenze e la povertà a Guatemala City, le conseguenze dell’uragano Katrina e la speranza dei democratici durante la candidatura alle presidenziali di Barack Obama. Brault è rappresentato dall’agenzia fotografica di Parigi Agence VU.
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7 thoughts on “Intervista a Philippe Brault

  1. ENGLISH VERSION

    INTERVIEW WITH PHILIPPE BRAULT

    1. How did Prison Valley evolve from original idea to storyboard and how about its execution and promotion?
    Since the beginning the question for David Dufresne and I were : How do we tell a story differently because the technology is there and because it’s high time ? How do you keep the feverish energy and rigour of journalism, but do something different with them because there’s no choice in the current journalistic crisis? This project is all a result of teamwork. It began as an idea for an simple audio slideshow, in a Parisian café in december 2008. Before we set out the first time (June 2009), we had a long and impassioned discussions about the interactive form with Alexandre Brachet, our producer and Upian’s development team and Arte team. We visited Canon City, Colorado in June and September 2009. Launched a “pre-website” in October 2009. Showed the doc in its traditional form at the International Documentary Film Festival in Amsterdam and the Sheffield Festival as well (November 2009). Did a Press screening in Paris the April 8, 2010. And the april 21, 2010 at 7:17 pm, Prison Valley finally goes live.

    2. How was your approach as a photographer? I mean, how did you approach a multimedia storytelling with your photographic background?

    A photographer usually chooses his position and his distance from the subject –  and at the end you only use one photo. For Prison Valley, I had to stop thinking in terms of single pictures and more in terms of photographic sequences. That meant taking a greater number of shots from a greater number of different angles. And accepting that some of the pictures used to edit the film would be “weaker” than those I would have chosen if I were just using them as photos. That was a completely new way of working for me. Sometimes it only took one photo to give a glimpse, to show or tell something. Sometimes we just had to use moving pictures. Both for the narration and for the rhythm. And that’s when I really took the plunge into this new multimedia adventure. I got as much pleasure from taking care over the framing and light when shooting in video as I did from taking photos. And it allowed me to revive some technical skills I’d learned as an assistant on movie and documentary film shoots twenty years ago. It was as if lots of different experiences all suddenly came together.
    As I told you, this project is all a result of teamwork. One person working on his own would never be able to produce this kind of thing. It’s a very new experience for a photographer, as we are generally loners. Lots of rich discussions about new narrative forms, the possibilities that the Web opens up, etc. About the new prospects for photography too. And also I felt once more that photography was leading me to do things that I would otherwise never have done. In the course of twenty years, I’ve gone deep into some incredible places and met some very unlikely characters.
    3. What do you think about the web documentaries today? What about their future for a photographer?
    In my opinion, the web documentaries is a new way of telling a story. Incidentally, not every subject can be made into a web documentary. Sometimes a simple ‘slideshow with sound’ can tell a very powerful tale. There’s no blueprint. And no labels either. The Web is a place of enormous freedom. That’s what makes it so exciting. Nevertheless, I don’t think that web documentaries can save a stricken profession all on their own.
    4. Are you working on any new web documentary, multimedia project or photographic feature?
    Not yet, but I’m really thinking about the next story.

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