Google Street View “vince” il World Press Photo

Tra le oltre 100mila fotografie, giunte da tutto il mondo per l’edizione 2011 del World Press Photo, c’è una serie di immagini – premiate con una Menzione d’Onore nella categoria Contemporary Issues – che nell’ambiente sta già facendo discutere.
Con molte probabilità, la giuria ha voluto consapevolmente provocare nel conferire una menzione a Michael Wolf, già vincitore nel 2004 e nel 2009, il quale ha presentato A Series of Unfortunate Events. Sono immagini, riprese direttamente dalla macchina fotografica di Wolf, che catturano istantanee “rubate” a Google Street View ed è una delle diverse serie analoghe realizzate dal fotografo. Siamo già abituati a vedere gallery fotografiche che ci mostrano assurde scene quotidiane, peni sui tetti, presenze sospette, assassinii, rapporti sessuali e tanto altro già esistente in rete, che sia Google Street View o Google Earth. Ci sono anche noti artisti che estrapolano fotogrammi da questi servizi Google o simili per creare opere d’arte, magari semplicemente appropriandosene, allargandoli, ritagliandoli, confezionarli, firmare e poi esporre e vendere. Io credo che tutto ciò sia lecito. E’ inutile citare Walter Benjamin, ma aveva ragione. La sempre più facile riproducibilità delle immagini aiuta il cercare nuove forme di creatività, compreso l’estrapolare un’immagine da un contesto a portata di tutti, addirittura universale, e riproporla in un contesto altro. Niente di nuovo, anzi sono consuetudini vecchi quasi di un secolo. Genio di un Duchamp!

Tutt’altro discorso vale per il fotogiornalismo, in particolare per un premio come il World Press Photo. La provocazione va più che bene, anzi. Ma in queste foto non vedo nulla di nuovo dal punto di visto estetico e giornalistico. Sul secondo aspetto non vedo proprio nulla che non fosse già stato fatto da blogger e redattori di diversi giornali e siti. Non mi si dica che l’unica differenza consiste dal fatto che Wolf abbia messo una macchina fotografica davanti allo schermo del computer o per la ricerca che ha fatto! Sono curioso di sentire le ragioni della menzione.

Il British Journal of Photography intervista Michael Wolf.

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