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Un documentario sul lavoro di Gregory Crewdson

Fotografie di scene di non-ordinaria follia e desolazione in piccoli paesi della provincia americana come se fossero immagini singole ed estrapolate da un film lynchiano. Gregory Crewdson è tra i fotografi più acclamati del momento. I suoi “colleghi” meno acclamati vorrebbero, forse, sapere come lavora sui suoi set, veri e propri set fotocinematografici. Il 10 marzo 2012, al SXSW Music and Film Festival di Austin, Texas, verrà presentato un documentario diretto da Ben Shapiro che svelerà il “dietro le quinte” del lavoro di Crewdson.

Ecco il trailer di “Gregory Crewdson: Brief Encounters”:

Intervista al regista Ben Shapiro su Filmmaker.

Robert Frank remake

In pochi giorni stanno circolando due notizie riguardanti il fotografo Robert Frank, una buona e una cattiva.
Iniziamo dalla prima. Il blog di fotografia del New York Times, Lens, ha pubblicato una serie di fotografie inedite dell’artista di origine svizzera. Si tratta di un lavoro assegnatogli dal quotidiano newyorchese dal titolo “New York Is”, non un lavoro editoriale bensì di corporate diremmo noi oggi, insomma pubblicitario. Era il 1958, solo l’anno dopo la Groove Press avrebbe pubblicato uno dei libri fotografici più rivoluzionari in ambito della cosiddetta “straight photography”: The Americans di Robert Frank.

E qui veniamo alla seconda notizia, quella cattiva, che poi così cattiva potrebbe non essere se letta da un punto di vista diverso (cioè non il mio). Così come siamo abituati a conoscere i remake cinematografici (fallimentari o meno), non sarà da oggi impossibile imbatterci in remake fotografici. Anzi rischia di diventare un nuovo trend.
Mishka Henner ha infatti realizzato un nuovo libro Less Américains, prendendo spunto, layout, caratteri e fotografie da due versione differenti di The Americans di Frank, ovvero la versione 2008 della Steidl e la prima versione originale di Delpire. Henner proviene dal reportage, ma da qualche anno sta portando avanti diversi progetti artistici che prevedono il riutilizzo di altrui immagini o di autori che possiamo considerare anonimi, come Google Street View, e il “gioco” della creazione di nuovi contesti. Di particolare interesse, infatti, sono idee e discorsi celati ed espliciti in No Man’s Land il quale è stato anche presentato ai Rencontres d’Arles 2011 in una collettiva, From Here On, curata da Clément Chéroux, Joan Fontcuberta, Erik Kessels, Martin Parr e Joachim Schmid. Uno degli obiettivi della mostra era proprio quello di concentrare l’attenzione sul sempre più frequente utilizzo di immagini (spesso abusate e abusive) in contesti differenti. Immagini spesso realizzate non dallo stesso autore, ma da videocamere a circuito chiuso o da amatoriali esibizionisti del sesso sul web e così via. A qualcuno può ricordare sprazzi di arte concettuale (son passati cinquant’anni!), come a ragione anche il cesso-fontana di Duchamp.

Riprendere, riciclare, ricontestualizzare e appropriarsene di immagini “globali” e condivise da Google Street View (che non avrebbe torto un giorno a chiedere e pretendere i diritti d’autore), non è la stessa cosa di lavorare sulle immagini di autori come Robert Frank, seppur viventi. Opere di indiscutibile non sempre bellezza, ma di importanza storica e rivoluzionaria del mezzo in questione, la fotografia, e non solo.

Il risultato di Henner è nonostante tutto magnetico. Le sagome ritagliate su uno sfondo bianco, neutro, rimangono sospese in attesa di un senso che l’artista non vuole dare, anzi nega. Il concetto, anche se non innovativo, è stimolante.
Solo che il risultato è tutto l’opposto è di un’opera inimitabile. Intoccabile, forse.

Défilé ©Mishka Henner, 2011 da Hoboken ©Robert Frank, 1958

Cronaca di una giurata del World Press Photo

Renata Ferri, photo editor di Io Donna ed Amica, ha iniziato ieri la collaborazione col Post con una preziosa testimonianza, raccontando la sua nuova (e seconda) esperienza da giurata al World Press Photo 2o12 e spiegando le motivazioni che han portato alla scelta della foto dell’anno.

Cominciamo dalla fine che poi non è che l’inizio del lungo viaggio che le foto del World Press Photo faranno in tutto il mondo.
Ha vinto Samuel Aranda, spagnolo catalano di 33 anni, english speaker, freelance giramondo in cerca di guerre. Al momento in cui glielo comunichiamo è di stanza in Tunisia.
Vince con un’immagine di una donna yemenita che tiene tra le braccia un congiunto: fratello? marito? figlio?, la didascalia non ce lo dice.

A woman holds a wounded relative in her arms, inside a mosque used as a field hospital by demonstrators against the rule of President Ali Abdullah Saleh, during clashes in Sanaa, Yemen on 15 October 2011 - ©Samuel Aranda for The New York Times - World Press Photo of the Year 2011

Non vediamo la donna perché totalmente coperta dal niqab, quella specie di vestito nero che lascia scoperta solo una fessura per gli occhi. Sappiamo che sono in una moschea adibita a rifugio per i feriti dopo gli scontri con le milizie governative scoppiati  il 15 ottobre scorso a Sanaa, capitale dello Yemen. Non abbiamo altre informazioni. Read More

PAOLO PELLEGRIN & MARIO MONTI

Questa settimana la rivista americana TIME ha dedicato al Primo Ministro italiano, Mario Monti, la copertina dell’edizione internazionale (la versione americana ospita invece un’indagine sull’amicizia tra gli animali*). Dopo soli 81 giorni, TIME ha speso la copertina su di noi italiani, in particolare al nostro capo di governo. In  realtà, nostri capi di governo. Due volti e due storie diverse. Tra parentesi, su La Stampa di oggi Massimo Gramellini si pone, a mio modesto parere, una bellissima domanda veritiera: “l’italiano medio somiglia a uno dei due o il suo sogno è essere Monti di giorno e Berlusconi la notte?”. Gramellini ha intitolato “Trova le differenze” il suo Buongiorno quotidiano. E parlando di fotografia, differenze ci sono. Silvio Berlusconi è stato ritratto da Platon nel monumentale lavoro sui potenti del mondo per il New Yorker, mentre Mario Monti è stato commissionato direttamente dal TIME al fotografo italiano della Magnum Photos e pluri-premiato ai World Press Photo (annunciati oggi i vincitori del 2012 tra cui anche quest’anno ha vinto un secondo premio nella categoria General News per il suo lavoro sullo Tsunami in Giappone), Paolo Pellegrin.

Ho contattato in mattinata Paolo chiedendogli un’impressione sull’uomo Monti durante il suo incontro per la foto da copertina. Nonostante fosse prossimo a prendere un volo (e ancora non sapeva di aver vinto un altro World Press Photo!), ha avuto il tempo di rispondermi e di questo gli sono pubblicamente grato.

Paolo Pellegrin: “Fotografare Monti è stato un piacere. Durante l’intervista si e’ espresso in un inglese di grande precisione. Nella sessione di ritratto è’ stato gentile, paziente e con un leggera ironia, una forma di understatement direi, molto piacevole e probabilmente inusuale nel nostro panorama politico.

UPDATE, 17/02/12 –  I 15 minuti messi a disposizione da Mario Monti per farsi fotografare da Paolo Pellegrin – VIDEO

Videoclip firmato Roger Ballen

Alto, scheletrico, silenzioso, diretto nello sguardo e tremendamente e piacevolmente inquietante. Roger Ballen si aggirava quest’estate per i giardini dell’Angkor Photo Festival, a piedi nudi. Ho sempre avuto un’attrazione per le fotografie di Roger Ballen. Soprattutto per il suo mondo bizzarro e i suoi personaggi, figli a modo loro anche delle bizzarrie incontrate, raccolte e amate da Diane Arbus. Parlare con lui qualche minuto non mi ha permesso di poter scoprire qualcosa di più su di lui, che già le sue opere non facciano, ovviamente.

Il gruppo hip hop Die Antwoord, sudafricano come Ballen, è invece riuscito ad entrare nell’atemporale angosciante mondo in bianco e nero del fotografo nel loro nuovo videoclip “I Fink U Freeky“.
C’era un solo modo che ciò potesse accadere, ed è ciò che è accaduto: è Roger Ballen il regista del video.

“I Fink U Freeky” video by Die Antwoord. Directed by Roger Ballen

Sul blog Photo Booth della rivista New Yorker, è stato pubblicato un post interessante su fotografi prestati occasionalmente e no (come Anton Corbijn) al videoclip. Jessie Wonder, l’autrice del post, comincia il suo elenco con il video di Roger Ballen.

“Ballen told me that he’s known the band members Ninja and Yo-Landi for years, and that he’s long wanted to make a video for them. “Unfortunately, they were living in Cape Town and I in Johannesburg, and as a result the logistics never seemed to have worked out,” he said. On New Year’s Eve, though, he took a photograph of Die Antwoord for the New York Times Magazine, and they decided to finally make it happen. Two weeks later, the video for “I Fink U Freeky” was in the can. “We started with my photographs for ideas and then mimicked them in the sets,” Ballen told me. “Most of the sets started with almost a ‘Roger Ballen still life’ and then expanded on the particular theme cinematically. In many aspects, a great work of cinema contains an abundance of powerful still images.”