Robert Frank remake

In pochi giorni stanno circolando due notizie riguardanti il fotografo Robert Frank, una buona e una cattiva.
Iniziamo dalla prima. Il blog di fotografia del New York Times, Lens, ha pubblicato una serie di fotografie inedite dell’artista di origine svizzera. Si tratta di un lavoro assegnatogli dal quotidiano newyorchese dal titolo “New York Is”, non un lavoro editoriale bensì di corporate diremmo noi oggi, insomma pubblicitario. Era il 1958, solo l’anno dopo la Groove Press avrebbe pubblicato uno dei libri fotografici più rivoluzionari in ambito della cosiddetta “straight photography”: The Americans di Robert Frank.

E qui veniamo alla seconda notizia, quella cattiva, che poi così cattiva potrebbe non essere se letta da un punto di vista diverso (cioè non il mio). Così come siamo abituati a conoscere i remake cinematografici (fallimentari o meno), non sarà da oggi impossibile imbatterci in remake fotografici. Anzi rischia di diventare un nuovo trend.
Mishka Henner ha infatti realizzato un nuovo libro Less Américains, prendendo spunto, layout, caratteri e fotografie da due versione differenti di The Americans di Frank, ovvero la versione 2008 della Steidl e la prima versione originale di Delpire. Henner proviene dal reportage, ma da qualche anno sta portando avanti diversi progetti artistici che prevedono il riutilizzo di altrui immagini o di autori che possiamo considerare anonimi, come Google Street View, e il “gioco” della creazione di nuovi contesti. Di particolare interesse, infatti, sono idee e discorsi celati ed espliciti in No Man’s Land il quale è stato anche presentato ai Rencontres d’Arles 2011 in una collettiva, From Here On, curata da Clément Chéroux, Joan Fontcuberta, Erik Kessels, Martin Parr e Joachim Schmid. Uno degli obiettivi della mostra era proprio quello di concentrare l’attenzione sul sempre più frequente utilizzo di immagini (spesso abusate e abusive) in contesti differenti. Immagini spesso realizzate non dallo stesso autore, ma da videocamere a circuito chiuso o da amatoriali esibizionisti del sesso sul web e così via. A qualcuno può ricordare sprazzi di arte concettuale (son passati cinquant’anni!), come a ragione anche il cesso-fontana di Duchamp.

Riprendere, riciclare, ricontestualizzare e appropriarsene di immagini “globali” e condivise da Google Street View (che non avrebbe torto un giorno a chiedere e pretendere i diritti d’autore), non è la stessa cosa di lavorare sulle immagini di autori come Robert Frank, seppur viventi. Opere di indiscutibile non sempre bellezza, ma di importanza storica e rivoluzionaria del mezzo in questione, la fotografia, e non solo.

Il risultato di Henner è nonostante tutto magnetico. Le sagome ritagliate su uno sfondo bianco, neutro, rimangono sospese in attesa di un senso che l’artista non vuole dare, anzi nega. Il concetto, anche se non innovativo, è stimolante.
Solo che il risultato è tutto l’opposto è di un’opera inimitabile. Intoccabile, forse.

Défilé ©Mishka Henner, 2011 da Hoboken ©Robert Frank, 1958

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