Sicilia e Siciliae di Gianni Cipriano

Chissà perchè i siciliani, mi pare, abbiano da sempre raccontato la loro terra più di altri in Italia. Se così fosse (e così mi pare che sia) avrei già qualche risposta alla domanda. Risposte non esaustive, ma particolari e di parte. Sono padano di nascita con sangue meridionale, appunto siciliano, e pertanto uno dei padani tipo.
La Sicilia ha una grande storia indiscutibile e un potere attrattivo intrinseco difficile da comunicare, nonostante sia comune e facile da provare e confermare persino da coloro che approdano sull’isola per la prima volta e con nessun legame familiare remoto con lei e i suoi abitanti.
D’altro canto il legame con la terra siciliana, sia fisico che spirituale, è stato oggi come ieri espresso in parole ed immagini da scrittori, poeti, filosofi, pittori, scultori, fotografi e registi. Tenendo a mente la mia lontana Sicilia privata, quale onore è conoscere da vicino il pensiero di un fotografo siciliano che ha da poco iniziato un lavoro sulla stessa Sicilia? Un onore, tutto siculo, è quello di condividere la nostra conversazione con voi.
Gianni Cipriano è il fotografo di 29 anni che tra, lavori editoriali ed assegnati, ha iniziato un suo progetto personale: Siciliae ed è qui che inizia la nostra conversazione. O meglio, iniziò con un video. Il teaser del suo progetto.

Erano giorni in cui l’Italia commemorava Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e così chiesi a Gianni di spiegare perché avesse deciso di iniziare un lavoro fotografico sulla Sicilia a partire dal latinizzato titolo: genitivo o plurale?

GC: Sì, è un progetto in corso su cui lavoro saltuariamente dal 2010. Il progetto, che condividerò sul blog, proporrà delle foto già scattate negli ultimi due anni ed altre che scatterò in futuro. Per la natura stessa del progetto, non so quando lo finirò. È uno di quei progetti che al momento non hanno né un inizio né una fine. È un lavoro che immagino come un corpus, con vari temi che affronterò man mano che il progetto si evolve. Il titolo latino si riferisce sia al genitivo singolare che al nominativo plurale. Il mio intento è quello di trattare, tempo e denaro permettendo, sia la Sicilia e la sicilianità (da qui il genitivo Siciliae, ossia della Sicilia) che le molteplici (per non dire infinite) sfaccettature che caratterizzano e raccontano diverse isole che convivono in una sola (da qui il plurale nominativo Siciliae).

©Gianni Cipriano

Non credo che l’inizio di questo progetto sia nato da una vera e propria decisione. Rappresenta la maturazione di diverse idee e sentimenti che mi porto dentro da anni, dopo aver vissuto gli anni del liceo i primi anni d’università in Sicilia, e successivamente gli anni del mio rientro da New York. Lo stretto contatto con la mentalità dei paesi della provincia di Palermo, con i luoghi apparentemente silenziosi che nascondo le peggiori

tragedie che questa terra ha conosciuto, con la ricchezza culturale senza eguali, mi ha inevitabilmente segnato. Siciliae è il progetto in cui cerco di fare confluire queste esperienze.

NOP: Ma di non sole fotografie è fatto Siciliae, leggo testi di un altro Cipriano. Parole dirette, come le fotografie di Gianni. Parole che mi ricordano Leonardo Sciascia e la sua idea di una sicilianità che non puoi eliminare mai se fa parte di te. Anche se emigri e non fai più ritorno sull’isola. Gianni è giovane e già ha vissuto negli Stati Uniti per qualche anno, lontano dalla Sicilia.

GC: Francesco Cipriano è mio fratello, uno sceneggiatore emergente di 24 anni che scapperà dall’Italia per i tanti motivi che già sappiamo. Aveva 10 anni quando ci siamo trasferiti dalla Svizzera, mentre io ne avevo 15.

NOP: Quindi la lontananza dalla Sicilia l’hai vissuta più volte…

GC: Sono nato a Palermo nel 1983. A due anni la mia famiglia si trasferisce a New York dove nel 1987 nasce mio fratello Francesco. Nel 1990 ci trasferiamo di nuovo, questa volta in Svizzera, dove io e mio fratello cresciamo fino al 1998, anno in cui decidiamo di tornare in Sicilia. Ai tempi avevo 15 anni e mi ero appena iscritto al liceo scientifico. Nel 2007 decido di abbandonare l’università per trasferirmi a New York per studiare fotogiornalismo e lavorare. Tra il 2009 e il 2010 rientro di nuovo in Sicilia, dove per ora faccio base.

NOP: Esperienze, la tua e di tuo fratello, che sicuramente a vostro diverso modo porterà dei risultati straordinari nel vostro lavoro.

GC: A differenza mia, Francesco ha frequentato l’ultimo anno delle elementari e le medie, e pertanto è stato più soggetto ad alcune dinamiche siciliane durante l’infanzia. Entrambi siamo stati catapultati in una realtà diversa, per non dire opposta. Dalla Svizzera abbiamo imparato un nuovo linguaggio, fatto di frasi allusive, mezze parole, sguardi e gesti. Trasferirsi a 15 anni dalla Svizzera è stato uno schock culturale, ma un bene. Qui ho imparato a conoscere le persone per quelle che sono e non per quello che cercano di apparire. Qui, tra la gente e per strada, ho riscoperto quei valori che, quando vivevo all’estero, venivano coltivati nell’ambito familiari senza riscontrarli fuori dalle mura di casa. Ma dall’altra parte non è stato facile convivere con una forte mentalità mafiosa e provinciale. Fu in quegli anni che capii che la mafia non è solo criminalità organizzata.

©Gianni Cipriano

Il secondo rientro, nel 2010, mi permise di vivere in Sicilia guardandola da fuori pur conoscendone le dinamiche interne. Con Siciliae tento di coniugare l’approccio giornalistico distaccato con il lavoro di pancia, perché quello che racconto e comunico è ciò che ho vissuto e continuo a vivere in prima persona. Non so quanto rimarrò. Essere siciliani è una maledizione. Scappi, ma non ti liberi ma di un posto come questo che racchiude in sé l’Assoluto. È una realtà a sé, che sussiste in sé e per sé. Prima che mi inghiottisca dovrò andarmene, per poi tornare.

NOP: Un lavoro fotografico, certo. Ma anche le parole hanno quindi un valore di tutto rilievo. Nella sana tradizione della fotografia influenzata dalla letteratura, a volte viceversa e spesso reciprocamente.

GC: Sì, ci sarà una continuità nell’unire foto e testi sia originali, che citazioni di autori che meglio di chiunque altro hanno saputo decifrare, raccontare e spiegare quest’isola che necessita di innumerevoli chiavi di lettura per essere compresa. Mi riferisco in particolar modo al Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa e alle opere di Leonardo Sciascia. Avevo 12 anni quando lessi Il giorno della civetta alla Scuola Italiana, corso di lingua organizzato dal consolato italiano in Svizzera. Quello fu il primo contatto letterario che ebbi con la Sicilia. Le opere di questi due autori sono di un’attualità sconvolgente. Questa terra ci trasmette amarezza e malinconia, ma anche rabbia; ci dà tutti i pretesti per poterla odiare come se ci volesse mettere alla prova, come se si trattasse di una storia d’amore autodistruttiva. Neanche la lontananza geografica può sciogliere quel legame. Anzi, lo rafforza. Non mancano ovviamente i libri di approfondimento sulla mafia, dal classico Cose di Cosa Nostra di Giovanni Falcone ai più recenti testi di grandi giornalisti siciliani quali Attilio Bolzoni, Salvo Palazzolo, Francesco La Licata, Enrico Bellavia, Sandra Rizza, Giuseppe Lo Bianco, Lirio Abbate.

©Gianni Cipriano

NOP: I pregiudizi e le sue verità…

GC: I clichés hanno rovinato i siciliani. La reazione delle persone quando dici che sei siciliano è, purtroppo, spesso la stessa. Sicilia uguale Mafia, Corleone, Il Padrino. Spiegarlo a uno straniero è anche comprensibile visto che le notizie che giungono dalla Sicilia sono purtroppo sempre le stesse. Ma quando me lo sento dire da un italiano non ci sono giustificazioni plausibili. Cerco solitamente di rispondere con calma e con un sorriso, spiegando che una manciata di vigliacchi, insignificanti individui, brutali e ignoranti, non rappresentano un intero popolo. A distanza di tempo possiamo dire che quello della mafia non è solo un problema siciliano. È un problema molto più complesso che va ben oltre l’immaginario collettivo del siculo con coppola e lupara alla spalla. Basta seguire le indagini delle nostre Procure per capire in che cosa è stato convertito il silenzio degli ultimi vent’anni.

NOP: E infine alcuni punti di partenza. I riferimenti. I maestri visivi e non solo.

GC: Il lavoro di Letizia Battaglia e Franco Zecchin di quando lavorano a L’Ora di Palermo. Sono tra i primi nomi di fotografi che ho scoperto ai tempi del liceo. Alec Soth, Anders Petersen, Antoine D’Agata, Oliver Chanarin & Broomberg, Gregory Crewdson, David LaChapelle, Helmut Newton, Paolo Pellegrin, Alex Majoli, Martin Parr, Stanley Greene, Andreas Gursky, Diane Arbus, Ciprì e paMaresco, Tim Burton, Quentin Tarantino, Sergio Leone, Martin Scorsese, Michelangelo Antonioni, Jean-Luc Godard, Woody Allen (non sempre), il surrealismo (Man Ray, Mirò, Magritte, Dalì), Caravaggio, Bosch, Banksy, Warhol, Basquiat, Renato Guttuso.

http://siciliae.tumblr.com/

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http://twitter.com/cicciocipriano

©Gianni Cipriano

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