Ogni fotografia è un viaggio – Intervista ad Arianna Rinaldo

Fuga di cervelli dall’Italia, quindi arrivederci anche ad occhi e labbra che hanno visto e raccontato migliaia di storie fotografiche. Occhi e labbra che Arianna Rinaldo, personaggio chiave nel circuito italiano e internazionale della fotografia e dell’editoria, ha portato con sè in Spagna. Consulente fotografica e photo editor, Arianna è spesso invitata a festival e premi  come esperta, giurata e portfolio reviewer. In realtà non credo che nel suo caso sia corretto parlare di “fuga”, bensì una sentita necessità di muoversi verso nuovi orizzonti che, a volte, possono anche tornare alle radici. Infatti, sebbene la nuova casa di Arianna sia in Spagna, martedì 19 giugno sarà in Italia, a Milano, dove presenzierà alla conferenza stampa del festival Cortona On The Move – Fotografia in viaggio di cui è Direttore Artistico.
Ma torniamo alla partenza.

Da Milano a Barcellona. Perché questo cambiamento?
Principalmente è una scelta di vita. E di città. Milano non permette di respirare. Nonostante i 4 (ottimi) anni come consulente fotografico a D-La Repubblica, sentivo la necessità di maggiore libertà e orizzonte. Con la Spagna ho una lunga relazione, a partire da PHotoespaña che ho iniziato a frequentare 10 anni fa (festival sempre con i fiocchi), fino alla collaborazione con la rivista di fotografia OjodePez che, dal 2009, dirigo. Barcellona in particolare è una città vivace, piena di creatività, di aria libera, di movimento, di voglia di fare, di scambi e interscambi. E poi c’è il sole (ah, certo, e spero di aver tempo di insegnare yoga, la mia seconda passione).

Il cambiamento è a volte anche conseguenza di movimento. A proposito di movimento, il Cortona On The Move ti ha nominata direttore artistico. Che edizione ci dobbiamo aspettare?
Cortona è una cittadina splendida, con gente sorridente e spazi magici. La seconda edizione del festival Cortona On The Move – fotografia in viaggio vuole essere magica e sorprendente. Il viaggio è una parola implicita nel lavoro del fotografo. Ogni fotografia è un viaggio. Con questa edizione vorrei portare ogni singolo visitatore a fare un viaggio speciale. Non troverete la classica fotografia di viaggio, quella che ci fa sognare posti esotici e desiderare di essere altrove. Cortona On The Move quest’anno ci farà pensare, ridere, giocare, desiderare. Ci porterà in un’altra dimensione per poi lasciarci comodamente atterrare. Il sogno è viaggio. L’amore è viaggio. La vita è viaggio. Il programma del festival è ricco e variegato, con letture portfoli e workshop stimolanti. Abbiamo appena svelato le mostre dell’edizione 2012.

 (I fotografi in mostra sono Vincent Fournier, Massimo Siragusa, Brian Finke, Giulio Di Sturco, Anoek Steketee, Nicolas Mingasson, Carlo Bevilacqua, Jon Lowenstein, Monika Bulaj, Alessandro Grassani, Riverboom, Chris Churchill e Kitra Cahana. Per maggiori informazioni qui, ndr)

Festival. In Italia ce ne sono tanti, spesso anche con programmi vivi e interessanti, inoltre molti di questi hanno iniziato la propria storia solo da qualche anno. La Francia ha la sua antica tradizione e altri paesi hanno le loro tradizioni e innovazioni festivaliere. In Spagna come vanno le cose? Pensando al mappamondo e alla possibilità di andare ovunque, quali pensi siano le nuove e stimolanti mete di riferimento per la fotografia attuale?
Quando nasce un nuovo festival di fotografia, spesso sento dire…”un altro!?”. Io invece cerco subito le date e lo inserisco nel calendario. Credo che questa crescita di interesse e di produzione nella fotografia siano segni di arricchimento. Certo, non tutti i festival sono di qualità eccelsa e di contenuto originale, ma ognuno permette alla fotografia di esprimersi. Spesso sono tematici oppure focalizzati su un tipo di genere fotografico. I festival più interessanti hanno più livelli di lettura (come i buoni romanzi e i film): danno stimoli sia ad un pubblico più generico, che agli spettatori professionisti che ricercano e riconoscono le tendenze del linguaggio fotografico contemporaneo. Ho la fortuna di frequentare tanti festival a livello internazionale, spesso come invitata per dare workshop o fare letture portfoli, e al momento mi interessa osservare i movimenti dell’Est Europa. Poi, a settembre sono invitata alla Biennale di Fotografia in Corea, vi racconterò!

La carta e i giornali. Hai una lunga esperienza come photo editor. Già da qualche anno dirigi un magazine di fotografia di cui uscirà a breve il 28° numero. Come nasce l’idea del magazine e come nasce ogni singolo numero?
OjodePez compie dieci anni nel 2013. Non mi sembra vero. Io ero presente, come photo editor invitata, al numero 2, quando la rivista, nata da un’idea di alcuni studenti universitari di Comunicazione e capeggiati da Frank Kalero, aveva dato inizio a questo progetto editoriale. OjodePez nasce per riempire un vuoto nel mondo editoriale spagnolo (la rivista è comunque bilingue, spagnolo e inglese, e distribuita internazionalmente) e nel corso di questi dieci anni è maturata. Dopo i primi anni meno strutturati, la rivista è stata “adottata” dalla casa editrice La Fabrica di Madrid, ha assunto una veste grafica professionale, una paginazione fissa, qualche inserzionista, e ha preso posizione nel mondo dell’editoria fotografica.
Sin dall’inizio la sua peculiarità è che ogni numero è editato da un photo editor diverso, invitato dal direttore (dal 2009 sono io) a scegliere un tema e svilupparlo. La natura dei photo editor scelti non è sempre puramente editoriale: possono essere galleristi, curatori, esperti di fotografia. Cerco di variare tipologia di editore, di interessi tematici e di posizionamento geografico: lo scopo è sempre uno sguardo sul mondo che sia vario, aperto, e possibilmente verso il futuro, con un certo ottimismo… cosa non sempre facile. Non esiste una redazione vera e propria, perché facciamo tutto in remoto: io dirigo le operazioni, ovunque mi trovi, il photo editor invitato prepara le proposte, e la grafica si trova a Berlino. L’ufficio editoriale de La Fabrica mantiene i rapporti con i traduttori e redige i testi. La parte di produzione finale avviene a Madrid.

La tua carriera è iniziata in un’agenzia. Per molti “la” agenzia. Con molte altre poi ci hai lavorato dall’altra parte del telefono, come cliente. Le hai viste cambiare. Se dovessi spiegarlo ad un fotografo alle prime esperienze, cosa è un’agenzia fotografica?
Si, ho avuto la grande fortuna di iniziare a lavorare presso la Magnum Photos, a New York. Non potevo chiedere di più. Oltretutto è stato in un periodo molto stimolante in cui iniziava tutto il processo per mettere online l’archivio. Già quello è stato un cambio epocale: ai primi tempi le ricerche venivano fatte in analogico, e parlo di stampe e diapositive! E cosi venivano mandate ai clienti, e poi restituite e rimesse in archivio. Un lavoraccio! Ora, sotto certi punti di vista le agenzie sono diventate obsolete, ma mantengono una funzione importante di raccolta di lavori, di distribuzione e archivio. Per un giovane fotografo, l’agenzia è il prolungamento del suo braccio, anzi è un terzo braccio. Mentre lui o lei, continua a produrre lavori, scattare, viaggiare, etc… l’agenzia edita, prepara, e distribuisce il suo lavoro. L’agenzia fa da ponte tra i produttori della fotografia e gli utilizzatori. La cosa più importante, secondo me, per un’agenzia al giorno d’oggi è la capacità comunicativa e la personalità. Cioè, in un mondo onnipresente online, l’agenzia vincente credo sia quella specializzata, che ha un’identità di presentazione e di genere fotografico molto chiara. Va da sé che l’offerta deve essere di ottima qualità. Quindi è importantissimo per un fotografo scegliere un’agenzia che rispecchi la sua identità.

Dietro il tuo lavoro, c’è passione. Per la fotografia, per le storie raccontate tramite la fotografia. C’è un episodio, un ricordo o una data che hanno dato vita a questa passione?
La fotografia è sempre stata nella mia vita: mio padre mi regalò una Canon FTql (dove ql stava per “quick load” per la facilità di ricaricare il rullino!), e poi tutto il necessario per la camera oscura casalinga, dove passavo notti. Ma non ho mai provato a fare la fotografa. Nella mia prima vita ero sinologa, e la passione per la comunicazione visiva in parte nasce anche da lì: il cinese è una lingua pittorica, quasi fotografica (fotografica deve essere la tua memoria per tenere a mente gli ideogrammi necessari per scrivere, in una lingua che non ha un alfabeto!). E poi la necessità di capire come “funziona” il mondo della comunicazione visiva, mi ha portato a studiare con Neil Postman, allievo di Marshall McLuhan, alla New York University. Da lì, una serie di stage post-master presso le Nazioni Unite, la Magnum, etc… mi hanno avvicinato alla fotografia vera e propria. Il fascino dell’archivio, della ricchezza di quel patrimonio visivo storico e contemporaneo mi hanno catturato per sempre. E in contemporanea, la forza delle storie raccontate, dello story-telling: uno dei più potenti metodi di comunicazione con immagini. In particolare un episodio dei primi anni in agenzia mi ha lasciato il segno: Paul Fusco, uno dei fotografi forse meno conosciuti della Magnum, mi fece vedere una serie di fotografie da lui fatte dal treno che trasportava il feretro di Robert Kennedy da NY a Washington. Queste immagini erano nell’archivio ma erano state pubblicate solo in parte. Diventeranno poi un libro nel 2005. Le immagini sono semplici, fatte dal finestrino del treno, ma documentano un’epoca e un evento storico, in maniera potente, efficace ed emozionante. Una narrazione semplice ma piena di significato.

Secondo te esiste un linguaggio comune nella fotografia italiana, oppure è esistito?
No, non credo che si possa definire o catalogare in maniera precisa la lingua fotografica italiana. Sicuramente c’è stato un periodo in cui ha predominato un linguaggio spaziale, di paesaggio, così come poi un periodo di maggiori produzioni fotogiornalistiche, ma non le unificherei in una scuola o una tendenza. Di certo, la fotografia italiana è maturata moltissimo negli ultimi dieci anni, ha assunto un posto importante nel panorama fotografico ed è riconosciuta continuamente da premi e pubblicazioni.

Ultimo libro fotografico
Donald Weber, Interrogations, Schilt Publishing 2011
Ultimo libro letto
Almudena Grandes, Los Aires Dificiles, Tusquets 2002
Ultima mostra fotografica
The New York Times Magazine Photographs, Foam Museum, Amsterdam. Marzo-maggio 2012. A cura di Kathy Ryan e Lesley A. Martin.
Miglior mostra fotografica recente
Tropical Schizophrenia, PHotoEspaña12, Instituto Cervantes, Madrid
Un blog di fotografia da consigliare
Flakphoto e PDN Pulse (il primo per i contenuti, il secondo per le informazioni)
Una storia di cui non conoscevi l’esistenza e che hai scoperto grazie alla fotografia
In generale, il poter vedere le cose del mondo da più punti di vista, la relatività dello sguardo, le diverse facce della medaglia.

Arianna Rinaldo, 2010 ©Matteo Rinaldo (4 anni!)

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3 comments

  1. Clara Modena Rinaldo · June 18, 2012

    Ieri giovedì 21 parlavo di te con Isabella che mi chiedeva tue notizie. Questa tua intervista mi è risultata più esaustiva per le mie incomprensioni.
    Ti abbraccio forte forte.
    Clara

  2. davide · June 18, 2012

    Ottimo, articolo davvero interessante, era proprio quello che cercavo! Grazie per lo spunto!

  3. Eliseo Barbàra · June 18, 2012

    Grazie Davide

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