L’Odissea di Stefano De Luigi

Troia, Ismaros, Djerba, Isole Flegree, il Monte Circeo, Cuma, Palinuro, Stromboli, Scilla e Cariddi, Trapani, Corfu e finalmente Itaca.
Sono alcune delle tappe affrontate dal fotografo Stefano De Luigi nella scorsa primavera. iDyssey è un viaggio fotografico mosso dall’idea di seguire, via mare e terra, le orme di Ulisse raccontato da Omero.
La rivista The New Yorker ha pubblicato, sul proprio sito, un video introduttivo al lavoro di De Luigi, il quale ha deciso di lavorare solo con un iPhone, facendo foto con Hipstamatic e riprendendo video a persone incontrate dal fotografo durante il viaggio ed intente a leggere, nella propria lingua madre, stralci dell’opera di Omero.

Cosa ti ha portato ad Itaca? Ovvero, perchè questo viaggio? com’è nata l’idea? Il lavoro è un commissionato oppure è stato sponsorizzato o invece è autoprodotto?
Itaca, come ben hai intuito, è il pretesto. Come credo sia evidente con una lettura attenta dell’Odissea, Itaca è il viaggio, non la meta. Se non ci fosse stata Itaca (ed è questa la sua importanza) non ci sarebbe stata l’Odissea. L’idea di ripercorrere i luoghi dell’Odissea l’avevo da molti anni, ma per vari motivi non sono mai passato alle vie di fatto; credo che mancasse un motivo, diciamo, esclusivo o personale che funzionasse come catalizzatore.
Era anche da diverso tempo che mi chiedevo cosa stesse portando in seno la rivoluzione degli smartphone (perchè di rivoluzione si tratta in termini semantici) nel linguaggio che è il mio: la fotografia. Ho visto dei lavori apprezzabili realizzati con un iPhone e personalmente non me la sentivo di andare in guerra con un iPhone, perchè trovavo le applicazioni usate al limite del manierismo. Il connubio tra manierismo e fotografia di guerra mi metteva molta paura. Ho cercato con questo lavoro (studiando anche un bel pò l’applicazione Hipstamatic prima di usarla) di agganciare il concetto di trasmissione del sapere con la nostra più antica eredità in termini di cultura occidentale, quali l’Odissea. Mi sembrava una felice alchimia quella del racconto epico e del media ultramoderno.
Poi c’è l’Europa e la sua identità sempre in bilico, insomma mi sembrava anche un momento storico adatto per affrontare questo lavoro.
Questa prima parte del lavoro è stata resa possibile grazie ad una committenza della rivista GEO France, che ha sposato subito  l’idea e ha coperto le spese del viaggio. In Italia invece nessuno ha voluto prendere rischi, come al solito.

Nello statement sul New Yorker dici “In contemporary society, the digital revolution has drastically changed the transmission of knowledge and information. Everyone can now be a storyteller“. Sono sicuro che però condividi che la tecnlogia abbia solo aiutato ad aumentare il numero di storyteller, ma uno storyteller ha bisogno di qualcos’altro per essere tale. Omero, si dice, era cieco (coincidenza o meno, come non citare il tuo libro e il multimedia sulla cecità, Blanco?). Ora gli occhi sul mondo sono ovenque e chiunque può farne uso. Alla fine, per te, chi è un buon storyteller?
Credo che sempre di più che la fruizione verticale dell’informazione, come l’abbiamo vissuta fino a qualche anno fa, si stia trasformando in un flusso continuo di informazioni orizzontali. Un buon giornalista deve essere colui che riesce a filtrare le buone informazioni in modo tale da “difendere” il cittadino/utente dai disinformatori, dai pressapochisti, dai gossippari. In queste categorie purtroppo rientrano oramai anche colleghi di organi d’informazione seria o seriosa, non vale più la distinzione di giornale serio o giornale rosa da quando le notizie sono diventate una merce in vendita come qualunque altra merce. Un buon storyteller certo deve avere il rigore, l’etica, la fame, la genuinità e forse anche un filo di arroganza, ma non credo che si possa oramai rivendicare a priori una formazione giornalistica “data da una scuola di giornalismo” come unica fonte di garanzia per prendere la patente di storyteller. Il giornalismo, oggi, è un mestiere molto discreditato ed andrebbe risollevato dal fango in cui si trova con delle iniziative che nascano all’interno dell’ambito giornalistico, sono abbastanza scettico ma non del tutto pessimista.

Il Mediterraneo e le sue genti. Come le descrivi?
Come una madre. E’ stato, e sarà, un viaggio a ritroso anche nei miei ricordi d’infanzia. Una delle combinazioni che ho scelto, lente/pellicola, ha una dominante gialla atta a restituire quel calore quasi materno che a volte il mediterraneo sa regalarti.

E’ un lavoro finito?
No, il lavoro continua. Ho previsto altri tre viaggi e sono in attesa di trovare fondi da lavori o borse per poter continuare. Conto di poter finire iDyssey tra circa un anno da ora.

Stefano De Luigi è un fotogiornalista che negli ultimi anni ha realizzato, oltre a tanti lavori editoriali e commissionati in giro per il mondo, alcuni tra i progetti fotografici personali più interessanti nella fotografia italiana degli ultimi anni, come Pornoland, Blanco, Cinema Mundi e This Is Africa. E’ rappresentato da VII Network.

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