Category Archives: Multimedia

The New African Photography

A new series on air on Al Jazeera.

Artscape: The New African Photography” will start on 22, April, 2013 at 22:30GMT.

Series explores the lives of six African photographers through their lens.

Al Jazeera English is to premier “Artscape, The New African Photography” on 22 April 2013, the six part series looks at this fast-changing continent through the eyes of its most acute observers: its photographers.

Few regions remain as photographically misrepresented as Africa, but “The New African Photography” profiles the continent’s latest generation of photographers, who are taking back control of their image with a more nuanced portrayal.

The six episodes are:

1. Invisible Borders (22 April 2013)
Nigerian Emeka Okereke is the founder of Invisible Borders, an annual photographic project that takes African artists on a road trip across the continent. Invisible Borders follows Emeka and fellow Nigerian photographer Lilian Novo on the most recent journey, from Nigeria through Cameroon and Gabon. Emeka says, “Everywhere we go in Africa, we see our generation talking about doing things for themselves. This is the time to actually go in and experiment.”

2.  The Red Dress (29 April 2013)
Barbara Minishi is a leading fashion photographer in Kenya. For her latest project, Barbara swapped skinny models for normal people, photographing a wide range of women all wearing the same red dress, as a symbol of unity and national identity in the aftermath of the 2007 post-election violence in which more than 1 000 Kenyans were killed. Barbara says: “Don’t look at Africa and think one thing. How come this view of Africa is always the soldier or the starving child?”

3. George Osodi (6 May 2013)
Nigerian George Osodi is a former Fuji African Photographer of The Year Award winner who’s also been shortlisted at the Sony World Photography Awards. He’s renowned for his hauntingly beautiful pictures of the oil devastation in the Niger delta.  “I think it’s my responsibility as the man with the camera to find a way to represent this [situation], so that it becomes appealing to whoever sees it. At first sight you’re like, ‘What a beauty,’ but then behind it is a huge Armageddon.” He hopes his latest project, in which he photographs Nigeria’s traditional monarchs, can offer a more positive way forward.

4. Neo Ntsoma (13 May 2013)
South African Neo Ntsoma is the first woman recipient of the CNN African Journalist Award for photography. She revisits DJ Cleo and the stars of South Africa’s new democratic dawn, to take new portraits and discover the effects of 20 years of freedom. Neo moved away from news because she didn’t want to reinforce African stereotypes. “My dream was to be an advertising photographer and take pictures of beautiful things. Black people feeling good about themselves, dressed well. But it was a picture that the apartheid regime didn’t want to show to the world. They wanted to paint black people as barbarians.”

5.  Congolese Dreams (20 May 2013)
Executive produced by Viva Riva director Djo Munga, Congolese Dreams follows photographer Baudouin Mouanda as he explores the idea of marriage in Congo. The Congolese photographer burst onto the global photographic scene with his colourful photographs of Brazzaville members of SAPE (The Society of Tastemakers and Elegant People). As Baudoin says, “Africa will surprise everyone. There are lots of images of war, so I want to show another image of Africa.”

6.  Mario Macilau (27 May 2013)
Emmy-winning documentary director Francois Verster follows former street child Mario Macilau, as he uses photography to investigate the growing gap between rich and poor in Mozambique. “There is no longer a middle class in our country,” says Mario.

L’Odissea di Stefano De Luigi

Troia, Ismaros, Djerba, Isole Flegree, il Monte Circeo, Cuma, Palinuro, Stromboli, Scilla e Cariddi, Trapani, Corfu e finalmente Itaca.
Sono alcune delle tappe affrontate dal fotografo Stefano De Luigi nella scorsa primavera. iDyssey è un viaggio fotografico mosso dall’idea di seguire, via mare e terra, le orme di Ulisse raccontato da Omero.
La rivista The New Yorker ha pubblicato, sul proprio sito, un video introduttivo al lavoro di De Luigi, il quale ha deciso di lavorare solo con un iPhone, facendo foto con Hipstamatic e riprendendo video a persone incontrate dal fotografo durante il viaggio ed intente a leggere, nella propria lingua madre, stralci dell’opera di Omero.

Cosa ti ha portato ad Itaca? Ovvero, perchè questo viaggio? com’è nata l’idea? Il lavoro è un commissionato oppure è stato sponsorizzato o invece è autoprodotto?
Itaca, come ben hai intuito, è il pretesto. Come credo sia evidente con una lettura attenta dell’Odissea, Itaca è il viaggio, non la meta. Se non ci fosse stata Itaca (ed è questa la sua importanza) non ci sarebbe stata l’Odissea. L’idea di ripercorrere i luoghi dell’Odissea l’avevo da molti anni, ma per vari motivi non sono mai passato alle vie di fatto; credo che mancasse un motivo, diciamo, esclusivo o personale che funzionasse come catalizzatore.
Era anche da diverso tempo che mi chiedevo cosa stesse portando in seno la rivoluzione degli smartphone (perchè di rivoluzione si tratta in termini semantici) nel linguaggio che è il mio: la fotografia. Ho visto dei lavori apprezzabili realizzati con un iPhone e personalmente non me la sentivo di andare in guerra con un iPhone, perchè trovavo le applicazioni usate al limite del manierismo. Il connubio tra manierismo e fotografia di guerra mi metteva molta paura. Ho cercato con questo lavoro (studiando anche un bel pò l’applicazione Hipstamatic prima di usarla) di agganciare il concetto di trasmissione del sapere con la nostra più antica eredità in termini di cultura occidentale, quali l’Odissea. Mi sembrava una felice alchimia quella del racconto epico e del media ultramoderno.
Poi c’è l’Europa e la sua identità sempre in bilico, insomma mi sembrava anche un momento storico adatto per affrontare questo lavoro.
Questa prima parte del lavoro è stata resa possibile grazie ad una committenza della rivista GEO France, che ha sposato subito  l’idea e ha coperto le spese del viaggio. In Italia invece nessuno ha voluto prendere rischi, come al solito.

Nello statement sul New Yorker dici “In contemporary society, the digital revolution has drastically changed the transmission of knowledge and information. Everyone can now be a storyteller“. Sono sicuro che però condividi che la tecnlogia abbia solo aiutato ad aumentare il numero di storyteller, ma uno storyteller ha bisogno di qualcos’altro per essere tale. Omero, si dice, era cieco (coincidenza o meno, come non citare il tuo libro e il multimedia sulla cecità, Blanco?). Ora gli occhi sul mondo sono ovenque e chiunque può farne uso. Alla fine, per te, chi è un buon storyteller?
Credo che sempre di più che la fruizione verticale dell’informazione, come l’abbiamo vissuta fino a qualche anno fa, si stia trasformando in un flusso continuo di informazioni orizzontali. Un buon giornalista deve essere colui che riesce a filtrare le buone informazioni in modo tale da “difendere” il cittadino/utente dai disinformatori, dai pressapochisti, dai gossippari. In queste categorie purtroppo rientrano oramai anche colleghi di organi d’informazione seria o seriosa, non vale più la distinzione di giornale serio o giornale rosa da quando le notizie sono diventate una merce in vendita come qualunque altra merce. Un buon storyteller certo deve avere il rigore, l’etica, la fame, la genuinità e forse anche un filo di arroganza, ma non credo che si possa oramai rivendicare a priori una formazione giornalistica “data da una scuola di giornalismo” come unica fonte di garanzia per prendere la patente di storyteller. Il giornalismo, oggi, è un mestiere molto discreditato ed andrebbe risollevato dal fango in cui si trova con delle iniziative che nascano all’interno dell’ambito giornalistico, sono abbastanza scettico ma non del tutto pessimista.

Il Mediterraneo e le sue genti. Come le descrivi?
Come una madre. E’ stato, e sarà, un viaggio a ritroso anche nei miei ricordi d’infanzia. Una delle combinazioni che ho scelto, lente/pellicola, ha una dominante gialla atta a restituire quel calore quasi materno che a volte il mediterraneo sa regalarti.

E’ un lavoro finito?
No, il lavoro continua. Ho previsto altri tre viaggi e sono in attesa di trovare fondi da lavori o borse per poter continuare. Conto di poter finire iDyssey tra circa un anno da ora.

Stefano De Luigi è un fotogiornalista che negli ultimi anni ha realizzato, oltre a tanti lavori editoriali e commissionati in giro per il mondo, alcuni tra i progetti fotografici personali più interessanti nella fotografia italiana degli ultimi anni, come Pornoland, Blanco, Cinema Mundi e This Is Africa. E’ rappresentato da VII Network.

Pay per View. Mediastorm adesso a pagamento

MediaStorm has introduced a Pay Per Story scheme, asking viewers to pay $1.99 to watch its latest photographic and multimedia productions. Olivier Laurent speaks with founder Brian Storm about his goals…

Continue reading on British Journal of Photography here.

A Shadow Remains. A film by Phillip Toledano and produced by Mediastorm

DEVELOP Tube – Biblioteca di video sulla fotografia

Avere un’idea. Concretizzarla e mostrare il risultato agli altri. Il tutto con un forte spirito, imprenditoriale certo, ma anche interiore, cioè credere profondamente in ciò che si fa. Senza avere inoltre una precisa idea se il risultato porterà altri concreti risultati, ovvero soldi. Lo stimolo di partenza era questo: crederci e andare avanti, i profitti arriveranno.

 Erica McDonald è una fotografa di Cleveland. E’ curatrice e insegnante di fotografia a New York.
La sua idea è un progetto che ne ingloba un altro.
Il primo si chiama DEVELOP Tube.
Sia su YouTube che vimeo, DEVELOP Tube raccoglie centinaia e centinaia di video (1211 oggi) che hanno a che fare con la fotografia contemporanea. I suoi contenuti hanno diversa natura e son stati realizzati in contesti altri e con scopo diversi. Ma le due piattaforme sorelle hanno la comodità di raccogliere in un unico luogo video interessanti per la comunità internazionale di fotografi e non solo. Fotogiornalismo, fotografia documentaristica, fine art e progetti personali. Multimedia, book trailer, interviste, dibattiti, backstage. E’ come una biblioteca video sulla fotografia. Accessibile a chiunque. Basta internet.

L’altra faccia dell’idea di Erica McDonald si chiama Continue reading

World Press Photo Multimedia Contest – Tra passato e presente

Multimedia. Il termine è sempre quello e ormai consolidato, sebbene spesso venga abusato o mal interpretato, soprattutto se accostato alla fotografia e al raccontare storie tramite la fotografia. Poco importa, in fondo, se il termine sia brutto o meno. Il multimedia fatica ancora ad emergere sia come espressione comunicativa che come modello di business. In parole povere, i prodotti multimediali di alta qualità che usano perfettamente la fotografia amalgamandola con altri linguaggi (video, grafica, testo, audio, ecc.) dove vengono visti? Mettendo da parte quelli che trovano il cinema come luogo naturale*/**, gli altri dove trovano i loro spazi? Spazi a fini anche lucrativi, intendo. “Arriverà il momento” si sente dire spesso nel settore fotogiornalistico. Già, arriverà.

Intanto, per fortuna, ci sono altri spazi per i multimedia: concorsi e festival.
Uno dei più prestigiosi e storici concorsi fotogiornalistici, il World Press Photo, ha indetto per il secondo anno consecutivo un Multimedia Contest. Sebbene l’ammissione sia diversa dal concorso fotografico, la giuria avrebbe il compito di selezionare i tre prodotti da lei considerati migliori tra quelli pubblicati e divulgati internazionalmente per tutto il 2011.

La giuria di quest’anno, presieduta da Vincent Laforet (regista e fotografo già vincitore di un premio Pulitzer), ha premiato Continue reading

Do you know Joseph Kony?

KONY 2012 from INVISIBLE CHILDREN on Vimeo.

KONY 2012 is a film and campaign by Invisible Children that aims to make Joseph Kony famous, not to celebrate him, but to raise support for his arrest and set a precedent for international justice.

Regia di Jason Russell

War photographer. Film su James Nachtwey

Dopo una prima domanda, ne faccio un’altra totalmente diversa: qualcuno l’ha visto?
Su Doc Alliance c’è la scheda del documentario War Photographer di Christian Frei, regista e produttore svizzero. Il film è su James Nachtwey.

Questa la scheda:

A film about the American photographer James Nachtwey, about his motivation, his fears and his daily routine as a war photographer. If we believe Hollywood pictures, war photographers are all hard-boiled and cynical old troopers. How can they think about ‘exposure time’ in the very moment of dread?

Swiss author, director and producer Christian Frei followed James Nachtwey for two years into the wars in Indonesia, Kosovo, Palestine… Christian Frei used special micro-cameras attached to James Nachtwey’s photo-camera.

We see a famous photographer looking for the decisive moment. We hear every breath of the photographer. For the first time in the history of movies about photographers, this technique allowed an authentic insight into the work of a concerned photo-journalist.

Voglio vederlo.

Parallelo Zero lancia la sezione multimedia

L’agenzia fotografica Parallelo Zero ha messo online la propria sezione Multimedia. Fin dal primo giorno si possono vedere 9 video -multimediali.

Fondata nel 2007 da Alessandro Gandolfi, Sergio Ramazzotti, Davide Scagliola e Bruno Zanzottera, Parallelo Zero è sempre stata attenta a raccontare storie attraverso la fotografia e ogni  nuovo linguaggio fotogiornalistico.

THE WALL

Berlino. Davanti all’East Side Gallery, il pezzo di muro più lungo rimasto in piedi, c’è l’arena dove Roger Waters ha ricostruito e poi abbattuto The Wall. Un’opera monumentale che ascoltata e vista nella capitale tedesca, dopo quello del 1990 a Postdamer Platz quando ancora non c’era nulla, fa un effetto strano. Indescrivibile. Non siamo 350.000 come quella volta, finalmente uniti dopo anni di separazione, ma le suggestioni e il messaggio vanno oltre la guerra fredda.

Il muro. Mattone dopo mattone diventa lo schermo bianco di centinaia di fotografie, a volte video (come lo spezzone dall’Iraq di  Collateral Murder divulgato da Wikileaks) e animazioni (come la bambina con i palloncini di Banksy che supera ogni barriera). Ma sopratutto fotografie che lo stesso Waters aveva chiesto al suo (e non solo) pubblico di tutto il  mondo. La collezione ha un nome: Fallen Loved Ones e, a partire dalle foto dello stesso padre di Waters (ucciso ad Anzio durante le Seconda Guerra Mondiale, quando l’artista inglese aveva poco meno di un anno) rappresentano centinaia di donne e uomini uccisi, torturati o arrestati in decenni continui di guerre, soprusi e violenze collettive.

Nel 1979 la storia di Pink raccontata da Roger Waters era la storia di un muro eretto tra il singolo e la realtà, ma oggi (come d’altronde anche allora e sempre) i muri da abbattere sono anche nei pregiudizi sociali, nelle disuguaglianze economiche e nei capricci di politicanti che, ogni giorno, costruiscono mattoni su mattoni. O lastre di cemento alte oltre 5 metri.

Quanto sarebbe bello vedere ancora Roger Waters. Magari a Gerusalemme!

E tu finanzi?

Ho già parlato dei progetti crowd-funding concentrati sulla fotografia e il reportage. Mi ripeto, traducendo letteralmente la parola crowd-funding si intendono i progetti micro-finanziati dal pubblico. Il successo indiscusso e attivo in diversi settori (musica, tecnologia, industria, arte, giornalismo, ecc.) appartiene all’americano KickStarter.
Ma anche in Italia qualcosa si sta muovendo, come Eppela, oppure YouCapital sostenuto dall’Associazione giornalistica Pulitzer. In fotografia, invece, la via maestra è stata segnata da Emphas.is, sostenuta da ottimi fotografi e amici “pezzi grossi” dell’editoria internazionale.
Ribadisco i miei dubbi sul crowdfunding: è un modello che potrà funzionare, ma solo in pochi casi. Inoltre può essere la migliore banca dati creativa e gratuita per chi ha già soldi da investire. Soprattutto in Italia, il rischio di furto d’idea non è così remoto. Insomma tutto ciò può essere un miraggio per molti. E dire che io già finanziato diversi progetti come questo di Gabriele Stabile.
Tornando al fotogiornalismo (e oltre: documentari, multimedia, film, ecc.), certo, c’è Emphas.is (dove però, fino ad oggi, dei progetti già proposti solo 5 su 9 hanno raggiunto il target, ma comunque degno di nota la cifra totale raggiunta: $66.409). Oltre a Emphas.is il deserto, in procinto di essere inondato da una miriade di idee simili, fino all’inevitabile desertificazione dei progetti obiettivamente di valore. Per ora ci sono delle piccole oasi come quella creata in modo impeccabile dai membri di MatchBox Media, un collettivo cooperativo formato da 2 videomaker, una fotografa e un grafico e vari collaboratori. Hanno lanciato il progetto, appunto crowdfunding a “finanziamento collettivo”, Sandgrains, un documentario sugli effetti devastanti della pesca industriale europea sull’economia di Capo Verde. “Il progetto si basa sul sostegno, il talento e le competenze della collettività attraverso i social media e l’uso di tecnologie interattive della rete. Questa idea utilizza crowd-funding e crowd-sourcing come strategia di produzione e si rivolge ad un pubblico globale, che svolge un ruolo vitale nella realizzazione del progetto stesso.”
Obiettivo: 16.000 sterline. C’è tempo fino al 30 novembre per far parte del progetto, da granello di sabbia fino alla possibilità di diventare un’oasi nel deserto (finanziando con 5.000 sterline).